Banda 4 Giugno 1859 (Banda Noeuva)

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L'Ospedale di circolo Giuseppe Fornaroli

L'Ospedale

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La storia magentina dell'assistenza sanitaria ha una lontana radice nel 1491 con la "Causa Pia Scuola dei Poveri" eretta in ente morale con bolla dell'Arcivescovo di Milano Arcim-boldi nel 1554. Le entrate dei benefattori venivano spese per "pagar medicine per i poveri, dar danaro ai poveri quando sono infermi per soccorrere alle loro necessità, dar danaro a chi conduce a Milano qualche povero infermo e creature povere secondo il bisogno". Per quattrocento anni questa istituzione sopravvisse e si occupò dell'assistenza ai Magentini fino al 1876. In quell'anno il sig. Giovanni Giacobbe, notificava con lettera al Sindaco la sua intenzione di fare un'offerta di Lire 20.000 da spendere entro tre anni per l'erezione di un ospedale per i malati poveri del comune. Sempre nel 1876 il Marchese Giuseppe Maria Mazenta donò al comune rappezzamento di terreno detto della Vigna Rossa a favore dell'erigendo ospedale. Il 2 dicembre 1877 veniva posata la prima pietra dell'ospedale che da pochi anni è stato abbattuto e di cui si è conservato solo il blocco dell'ingresso sito in via Cavallari; in seguito, grazie a nuove offerte, si potè arrivare alla costruzione parziale del fabbricato. Il 25 luglio 1880 l'ospedale veniva eretto come corpo morale. Altri dieci anni passarono durante i quali l'istituto fu utilizzato semplice-mente come ambulatorio, senza che potessero essere ricoverati malati data l'incompletezza della struttura. Nel 1896 il sig. Giuseppe Fornaroli decedeva in Milano e lasciava un testamento con cui devolveva l'intero suo patrimonio all'ospedale di Magenta ed all'asilo infantile, con un'unica condizione: che ambedue gli enti portassero il suo nome. Il patrimonio a disposizione dei due enti era per ciascuno di mezzo milione di lire. La donazione Fornaroli costituì il più cospicuo contributo elargito all'ente ospedaliero; fu perciò possibile completare la costruzione dell'edificio. Da allora l'ospedale iniziò a funzionare con regolare assistenza ai malati. In quel periodo era soprattutto orientato alla cura dei pellagrosi con diete mirate e ricoveri giornalieri per poterle seguire. Nel 1904 si provvide ad un ulteriore ampliamento ed all'acquisto di nuove apparecchiature per rendere l'ospedale più consono al-l'utilizzo prospettato per il futuro. Durante la guerra del 1915/18 l'ospedale si apprestò alla cura dei militari feriti e si incaricò di istruire un congruo numero di infermiere. Seguirono anni di stasi, scanditi soltanto dall'acquisto, ove possibile, di nuove attrezzature per rendere l'ospedale più moderno e atto ad affrontare le nuove necessità. L'istituzione si radicò sempre più sul territorio fino a tempi più recenti, quando si rese necessaria la costruzione di un nuovo presidio per coprire le esigenze di un territorio più popolato e più esteso.

Giuseppe Fornaroli

Nel 1840 venne aperto il concorso per gli aspiranti al posto di commesso nell'Ufficio Poste e Diligenze da istituirsi a Magenta. Tra gli aspiranti vi era Giuseppe Fornaroli, di anni 25, colui che qualche decennio più avanti avrebbe legato il suo nome alla struttura ospedaliera magentina. Così le informazioni trasmesse dal Commissario di Polizia definivano il giovane Fornaroli: "Ha percorso gli studi ginnasiali e la sua condotta morale fu sempre lodevole nei rapporti morali e politici e non si fece rimarcare che per le stravaganti sue varietà, tutte dirette al fine di procurarsi un impiego. Falegname dapprima, indi vetraio, dappoi fabbro, tutt'ad un tratto sensalista colla vista di essere eletto organista del paese, senza effetto; poi corista teatrale, infelice, ed ora petente d'essere commesso salnitraio e finalmente commesso postale".Vinta la gara per l'aggiudicazione dell'incarico, allo zelo iniziale, suggerito sia dalla necessità di difendere un diritto esclusivo che dalla volontà di apparire in buona luce verso i superiori, ben presto il Fornaroli sostituì un atteggiamento più disinvolto e rilassato, tanto che il 13 ottobre del 1841 gli venne comminata una multa.Anche gli utenti dell'Ufficio Postale magentino non tardarono a trovare motivo di lamentela e successivamente sia la Deputazione Comunale di Robecco, sia il maestro di posta di San Pietro all'Olmo lo accusarono di "ritardato recapito della corrispondenza", di "mancata emissione degli assegni d'attiraglio (spesa per i cavalli) e di assenze e ritardi prolungati dall'Ufficio.Alle gravi accuse il Fornaroli addusse una serie di motivazioni ed al maestro di San Pietro così rispose:"Se qualche volta mi trovo assente, ho in ufficio qualcuno che mi supplisce, ma se il passaggio avviene di notte e il postiglione non dà segno della staffetta limitandosi il medesimo a domandare del commesso colla voce come fosse un ubriaco o un pazzo, andando col cavallo per mano, la qual cosa succede spesso, perchè le staffette procedenti da San Pietro sono servite da un rozzo stalliere incapace di suonare la cornetta che non porta nemmeno presso di sè, in tal caso non posso essere avvertito nei debiti modi".Al di là del tono pungente della replica non è difficile immaginare la scena dello stalliere che si aggira nottetempo per il centro di Magenta gridando ad alta voce: "Fornaroli! Fornaroli!...H'ì vist in gir al Fornaroli?"Nel 1850 la morte del padre Paolo Gaspare, che lo lasciò unico erede, avviò il Fornaroli verso nuovi obiettivi e nuove occupazioni tanto che fu sospeso dal suo incarico all'Ufficio Postale. Il Fornaroli dovette anche subire un processo presso la Pretura Penale di Milano insieme al suo sostituto e amico Luigi Formenti "essendosi avverati sospetti i malversazioni ..." Il processo si concluse con la condanna all'arresto e ad una multa del Formenti, mentre il Fornaroli, futuro benefattore del nostro ospedale, se la cavò con l'interdizione dai pubblici uffici.

Il lascito Fornaroli

Nella Magenta di fine Ottocento, in cui la possibilità di concretizzare progetti e migliorie sociali si scontrava con la cronica carenza di risorse finanziarie, ebbe un ruolo di primaria importanza l'intervento privato, in tutte le sue forme. Tra le elargizioni a scopo benefico, la più ingente fu quella disposta da Giuseppe Fornaroli a favore dell'Ospedale e dell'Asilo locali; grazie alla somma lasciata dal primo grande benefattore della storia magentina, entrambe le strutture poterono superare la situazione di difficoltà, se non di stallo, in cui si erano ritrovate all'indomani della loro fondazione. Giuseppe Fornaroli seppe conquistarsi abilmente fama e ricchezza grazie a un'indole sempre irrequieta, ad un grande spirito d'iniziativa ad alla continua ricerca di nuovi ambiti in cui affermarsi. Egli seppe collocarsi nella buona società magentina, grazie al matrimonio con Teresa Monti de Lyon, di nobile ed antica famiglia. A partire dal 1850, quando cominciò ad amministrare gli esigui beni lasciatigli in eredità dal nonno Vincenzo, Giuseppe Fornaroli attuò una serie di fortunate operazioni di compravendita che gli consentirono di accumulare un discreto capitale, investendone una buona parte, con rendite assai lucrose, in azioni carbonifere. Scelse così, per meglio seguire i suoi affari, di spostare la sua residenza a Milano, rimanendo tuttavia legato a Magenta attraversi i banchi del Consiglio Comunale, cui partecipò con continuità fino agli ultimi anni di vita. Le sedute del Consiglio erano per lui un vero e proprio ritorno a casa, visto che gli uffici amministrativi e la sala di riunione erano ospitati nella sua casa magentina. Le sue prime disposizioni testamentarie, tuttavia, sembrarono dimenticare il legame con Magenta; non avendo né figli, né nipoti, il Fornaroli aveva stabilito di lasciare tutto il suo patrimonio all'Ospedale Maggiore di Milano. E così probabilmente sarbbe stato, se non fosse intervenuto, in modo autorevole, un altro personaggio cui Magenta deve molto per quello che fece e per quanto intraprese affinchè altri facessero: Don Cesare Tragella. Egli, grazie all'amicizia con il Fornaroli e all'autorità morale garantitagli dal suo ruolo, seppe convincere il testatore a rivedere le sue volontà, dirottando verso Magenta la quasi totalità del suo patrimonio. Il Fornaroli prima accondiscese alle energiche argomentazioni del Tragella, nominandolo addirittura erede universale, poi, di fronte al giusto rifiuto del parroco, ritoccando definitivamente nel 1892 le sue volontà, nel nuovo testamento olografo, designò quali eredi universali l'Ospedale Comunale e l'Asilo infantile di Magenta, con la clausola che essi avrebbero portato il suo nome. Tra gli esecutori testamentari, incaricati di curare la corretta destinazione del lascito, assegnò un ruolo primario all'amico don Tragella, che così finalmente poteva vedere concretizzato il suo proposito di beneficare i Magentini, attraverso il potenziamento delle due indispensabili strutture. Giuseppe Fornaroli morì nel 1896, all'età di 81 anni. Con il suo ingente capitale, l'Ospedale e l'Asilo iniziarono una fase nuova, sicuramente più prospera, di una storia che dura ancora oggi.

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L'Ossario dei Caduti

Il Monumento

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Il monumento è in forma piramidale, e di aspetto severo quale si conviene ad un ossario, a tale scopo essendo esso destinato. E' alto 35 metri e largo alla base 8. E' composto di quattro facciate perfettamente uguali e guardanti i quattro punti cardinali. L'architetto fu il milanese Giovanni Brocca. I lavori cominciati nel 1861 e furono compiuti tre anni dopo. La solenne inaugurazione avvenne il 4 giugno 1872 quando tutte le ossa dei combattenti sparse qua e là vennero raccolte e definitivamente collocate nel sotterraneo del monumento. Una bella gradinata in pietra bevola conduce alle porte d'ingresso: la base è di pietra greggia di Moltrasio, detta nobile, la piramide è rivestita in lastre di pietra d'Angera varietà giallognola. Gli stipiti delle porte e delle finestre e dei bassorilievi sono in pietra di Viggiù. Su ogni facciata il primo bassorilievo rappresenta emblemi militari il secondo cinque corone d'alloro con le iscrizioni:
"All'esercito francese"
"Vittorio Emanuele II e Napoleone III alleati"
"La riconoscenza e la pietà"
"Magenta IV Giugno MDCCCLIX"

Una finestrella circolare sta in cima all'edificio che è coperto di pietra bevola. Si accede all'interno per quattro porte sormontate da una figura di donna che distribuisce corone di alloro. L'interno ha la forma di croce latina: le pareti sono ricoperte di lapidi di bronzo con i nomi dei caduti francesi. Una speciale è riservata al gen. Espinasse, morto poco lungi durante la battaglia, (nel luogo ove cadde l'Imperatore, Napoleone III fece porre un cippo commemorativo). Un'altra lapide è riserbata al gen, Clér, morto nel combattimento a Pontevecchio. Le lapidi vennero fuse a Milano. La volta del monumento è a finto mosaico rappresentante un cielo stellato. Nel mezzo del pavimento si apre un buco circolare: da esso si scende nella cripta sotterranea le cui pareti sono tappezzate da ossa umane. Il numero dei teschi passa i cinque mila. Due scheletri interi occupano parte del suolo; l'uno appartiene ad un colossale Ungherese, l'altro ad un mingherlino Zuavo. La religione accolse sotto lo stesso manto amici e nemici, vincitori e vinti!
La vista di quel sotterraneo, a mala pena illuminato da una piccola lampada che vi cala il guardiano, fa pensare con orrore alle stragi di una guerra. All'interno del Monumento sono raccolti, altresì, diversi oggetti appartenuti ai caduti: razzi, avanzi di racchette, catenelle, speroni, else di spade: vi si trovi anche un cranio appartenente ad una vivandiera francese, esso porta ancora un avanzo di berretto squarciato da una scheggia di bomba. Una scala praticata nello spessore di un pilastro, conduce alla sommità dell'edificio: da quivi per quattro finestrelle circolari si gode una bella vista: l'occhio spazia libero e lontano. Le ampie pianure lombarde, le coltivate campagne, Milano, Novara, Vigevano ed altri grossi borghi paiono ai nostri piedi si seguono per lungo corso le acque del Ticino: si discernono distintamente i monti tra i laghi Maggiore e di Como: e come cornice a questo bel quadro si ergono lontane le alte e nevose cime delle Alpi.

Un altro particolare di Magenta.
Fu nella casa del Preposto che alloggiò Napoleone III; fu là che egli scrisse il famoso proclama agli Italiani, la cui minuta fu trovata dal Preposto Giardini e da lui donata alla Biblioteca Ambrosiana.

da "L'ILLUSTRAZIONE POPOLARE" numero per il XXV Anniversario della liberazione della Lombardia
Milano, giugno 1884

Sul Monumento a ricordo...

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L'Ossario è, insieme alla Casa Giacobbe, il simbolo più conosciuto a ricordo del fatto d'arme del 4 giugno 1859. Sono note le cronache che narrano la posa della prima pietra il 9 febbraio 1862 e, dieci anni dopo, che raccontano il grande concorso di personalità nel giorno dell'inaugurazione, il 4 giugno 1872. Inedita fi nora è la discussione che si tenne in Consiglio Comunale a Magenta quando si dovette decidere l'ubicazione del Monumento, scegliendo tra le due proposte che un'apposita Commissione aveva selezionato. L'atto di nascita dell'Ossario va ricercato nella deliberazione del Consiglio Comunale del 15 agosto 1859, quando si decise lo stanziamento di una prima somma di lire italiane 3000 e la nomina di una Commissione incaricata tanto di raccogliere le donazioni (che avrebbero raggiunto la considerevole somma di oltre 45 mila lire) quanto di procedere all'esecuzione dell'opera, in merito alla progettazione e al sito più idoneo per la costruzione. Per la progettazione si offrì l'architetto milanese Giovanni Brocca (1803-1876), mentre per la designazione della località si accese all'interno della cittadinanza una discussione tale da indurre la Commissione a richiedere l'intervento del Consiglio Comunale. Qui, in data 19 dicembre 1861, sotto la presidenza del neoeletto sindaco Carlo Marinoni, si pervenne a stretta maggioranza alla decisione defi nitiva. Due le proposte su cui gli amministratori furono chiamati a pronunciarsi, poiché due erano stati i terreni offerti gratuitamente. Ecco, nella cronaca della seduta consiliare, di quali fondi si trattava: "Il sig. Giovanni Giacobbe fa presente che, ove l'onorevole Commissione avesse trovato adatto per l'erezione del Monumento in anniversario del memorando 4 giugno 1859 il terreno di sua proprietà di recente acquistato dal sacerdote sig. don Pompeo Beretta, tra la strada comunale di circonvallazione e la strada ferrata, cederebbe gratuitamente uno spazio di pertiche 4 a condizione però che debba in ogni futuro tempo a lui ritornare, o ai suoi eredi, ove il monumento per qualunque causa venisse ad essere tolto. La Commissione delegata, la quale da tempo aveva intavolato pratiche per l'acquisto dalla Società delle Strade Ferrate Lombarde del pezzo di terra di circa pertiche 12 lungo la strada di circonvallazione che mette sulla postale al Pontenuovo, e che già serviva pel materiale di costruzione, fece conoscere verbalmente che la lodevole Direzione della Società era pronta a recedere dal corrispettivo d'acquisto stabilito nei preliminari di trattativa e di dare essa pure gratuitamente l'intero spazio sopra indicato, sempre che ivi venga eretto il Monumento. In tale stato di cose la Commissione, ad esonero di responsabilità ed al fi ne di riconoscere l'universale desiderio, convenne di sentire in proposito il voto del Consiglio" Ecco quindi le argomentazioni proposte a supporto delle due posizioni: "Il consigliere Giovanni Brocca prende la parola e dà lettura dell'operato della Commissione per studiare la località più opportuna, in relazione ai mezzi economici disponibili, concludendo che fu ritenuto dalla stessa come luogo più adatto il terreno che ora sarebbe ceduto dalla Società Strade Ferrate sia per la natura del predisposto disegno (che presenta al Consiglio per l'ispezione) richiedente un largo spazio all'ingiro senza ingombro di fabbricati, ciò che non si conseguirebbe con l'estensione di sole 4 pertiche di generosa offerta del sig. Giacobbe, e di troppa vicinanza ai caseggiati del paese, sia anche per l'evidente vantaggio di potervi adattare un pubblico passaggio a comodo degli abitanti e soprattutto dei forestieri che conseguentemente interverranno all'annuale anniversario del memorando 4 giugno 1859. Aggiunge che nel mentre sa apprezzare i sentimenti di vero patriottismo del sig. Giacobbe nella fatta offerta egli, qual perito in arte, non può fare a meno, per gli stessi sopra esposti motivi, che convenire colla Commissione, e suggerire come località più confacente il posto offerto dalla Direzione delle Strade Ferrate. Il consigliere sig. Banfi Carlo non nega che il progettato disegno richieda per la sua architettura un terreno con un largo spazio all'ingiro, ma fa conoscere che il fondo offerto dal sig. Giacobbe per la sua posizione centrica, in continuazione al paese, in vicinanza alla strada ferrata, ed in luogo elevato, darebbe al Monumento ivi collocato un aspetto più dignitoso, di pronta veduta agli abitanti ed ai forestieri che arrivano e sono di passaggio con la ferrovia nella breve fermata alla stazione; che, se le 4 pertiche sono troppo ristrette, vi è un altro terreno in continuazione di proprietà dello stesso sig. Giacobbe il quale, ove sia ritenuto necessario, interprete dei suoi generosi sentimenti, non mancherà di prestarvi adesione, e che in ogni modo si potrebbe portare una modifi cazione al disegno. Il consigliere Giacomo Bottelli soggiunge altresì che il fondo ceduto dalla Direzione Strade Ferrate si trova troppo isolato, e che per andarvi è d'uopo percorrere una strada ristretta ed angusta appena bastante per i ruotanti, senza possibilità di poter ottenere un allargamento, essendovi da una parte il recente fabbricato di proprietà Zanoni e dall'altra lo steccato della stazione. Vari rifl essi pro e contro le due località vengono fatti dagli altri signori consiglieri presenti, fi no a che il sig. Presidente trovando bastantemente discussa la vertenza, richiama alla votazione, che il sig. Giovanni Brocca domanda che sia per appello nominale". L'esito fu di nove voti a favore del sito offerto dalle ferrovie contro gli otto favorevoli al fondo Giacobbe che, in mancanza di documentazione più precisa, e sulla scorta degli elementi descritti, dovrebbe corrispondere all'area oggi edificata che si trova di fronte ai giardini pubblici, tra via Cavallari e la ferrovia.

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La Cappella Votiva

La Cappella Votiva

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Con il nome di Cappella votiva si indica oggi a Magenta il piccolo tempietto dorico costruito dall'architetto magentino Ugo Maria Sommaruga nei pressi del locale camposanto, dopo una lunga infilata di 220 cipressi, a ricordare i caduti che la città di Magenta ha avuto nella Prima Guerra Mondiale. Il Monumento alla Vittoria, posto nell'attuale Piazza Vittorio Veneto, è un altro monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale, pregevole opera scultorea in bronzo dell'artista Giannino Castiglioni, consistente in un enorme blocco di pietra sul quale sta un altrettanto imponente gruppo bronzeo rappresentante appunto la divinizzazione della Vittoria. Entrambi i monumenti vennero inaugurati da Vittorio Emanuele III il 26 aprile 1925.

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Il Monumento a Mac Mahon

Il Monumento a Mac Mahon

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All´indomani della morte del Generale,il parroco di Magenta don Cesare Tragella e il sindaco Brocca, dopo aver presenziato alle esequie in Nótre Dame a Parigi, lanciarono l´idea di dedicargli un monumento. La cerimonia inaugurale vide la partecipazionetra gli altri del Generale DeVaulgrenant, aiutante di campo del Ducadi Magenta nella Campagna del ‘59, del figlio del Duca, Capitano Emmanuel di Mac Mahon, del Gen. Mocenni, rappresentantedel Governo, del sindaco di Milano Vigoni, del console di Francia a Milano Carteron, del Gen. Bava Beccarisoltre, naturalmente, al sindaco Brocca e al parroco don Tragella.

Da “Illustrazione popolare - giornale per le famiglie” Voi XXXII - n. 29 - 16 giugno 1895
dono agli associati del Corriere della Sera - Fratelli Treves, Editori Milano

“Il nome del maresciallo Mac Mahon , morto il 17 ottobre 1893, rimane scolpito a caratteri indelebili ne'cuori degli italiani riconoscenti. A lui si deve se nel 4 giugno 1859 la battaglia di Magenta fu vinta e se, in seguito a quella vittoria, Milano fu libera. Al domani della morte di quel prode, si bandì l’idea d’innalzargli un monumento a Magenta. In breve si raccolsero J le offerte, e martedì, 4 giugno, anniversario della celebre battaglia, una bellissima statua in bronzo era solennemente inaugurata, in onore del soldato glorioso. S. M. il Re e il Governo si fecero rappresentare dall’ onorevole Mocenni, ministro della guerra. Il Governo francese inviò una speciale missione destinata a rappresentare l’esercito francese. Questi era composta: dal generale de Vaulgrenant, un bell' uomo, alto, asciutto, che era aiutante dì campo di Mac Mahon nella guerra del ‘59 e che adesso comanda il XV corpo d’esercito a Marsiglia; il tenente colonnello Pinsonnière, addetto militare all'ambasciata francese a Roma; il capitano Mac Mahon del 66° reggimento di linea, simpatico ufficiale, figlio dell'illustre maresciallo; il capitano Maurizio di Vaul grenant del 18° dragoni, e il capitano de Mondesir del genio. U capitano Calderara, messo a disposizione della missione per ordine del nostro ministro della guerra, andò ad incontrarla a Ventimiglia. Alla cerimonia si notavano altri francesi, fra i quali quel generale Young, presidente della Lega francoitaliana, che nel ‘59 lasciò nella società milanese brillanti ricordi. Fra le rappresentanze italiane va notato il tenente generale San Marzano. Vi erano le rappresentanze reggimentali dei corpi del nostro esercito che presero parte alla battaglia. L'entusiasmo della popolazione verso i francesi fu schietto, accesissimo. Si gridava evviva; si gettavan fiori a ' piedi del figlio di Mac Mahon, che, pallido, frenava a stento la commozione mordendosi le labbra. La cerimonia civile fu accompagnata da una cerimonia religiosa. Sii un altare improvvisato, fu celebrata la messa, dinanzi allo rappresentanze e alla folla immensa. E si fece bene, perchè Mac Mahon era credente, religiosissimo. Tale omaggio reso alla fede dell’eroe che si voleva onorare, compieva la solennità. I discorsi furono parecchi. Notato, fra altri, quello del parroco di Magenta, don Cesare Tragella, uno de’ buoni sacerdoti che non possono dividere il culto della patria da quella di Dio. II suo discorso fu un po’ troppo lungo, ma eloquente. L’ILLUSTRAZIONE POPOLARE ha già dato il ritratto di don Cesare Tragella nel volume XXX ( 1893), alla pagina 732, in occasiono che egli si recò in Francia a’funerali di Mac Mahon, segnalandosi anche in quella occasione pei sentimenti franchi e nobilissimi. Fra gli altri oratori, notiamo il ministro Mocenni e il senatore Massarani. Gli oratori italiani furono certo tutti cordiali e, quale più e quale meno, calorosi. Riservati, — riservatissimi, anzi, — gli oratori francesi. Il monumento consta della statua del maresciallo in bassa tenuta col cappotto, e in posa tranquilla: la testa è leggermente piegata in atto di osservare lo svolgersi della battaglia: la mano destra è nascosta nella tasca dei calzoni: la sinistra si appoggia alla sciabola. Autore di questa statua (alta tre metri) è lo scultore Luigi Secchi, di Cremona, dimorante a Milano. L'architetto Luca Beltrami disegnò il piedestallo, che è alto tre metri e mezzo, in pietra di Rezzato. Sullo zoccolo una corona d'alloro porta nel centro la storica data 4 giugno 1859. Sul plinto è scolpito: Al maresciallo — di Mac Mahon - Duca di Magenta — MDCCCXCV: iscrizione insufficiente pei posteri che probabilmente non ricorderanno bene perchè, quando, da chi e contro chi fu combattuta la battaglia. Il monumento sorge sul viale bellissimo, fiancheggiato dalla strada provinciale. ”

Figlio di un Dio minore

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“Il monumento consta della statua del maresciallo in bassa tenuta col cappotto e in posa tranquilla: la testa è leggermente piegata in atto di osservare lo svolgersi della battaglia: la mano destra è nascosta nella tasca dei calzoni: la sinistra si appoggia alla sciabola. Autore di questa statua( alta tre metri) è lo scultore Luigi Secchi, di Cremona, dimorante a Milano. L’architetto Luca Beltrami disegnò il piedistallo, che è alto tre metri e mezzo, in pietra di Rezzato. Sullo zoccolo una corona d’alloro... (Da “Illustrazione Popolare” n°29)

 

Avete senza fatica indovinato di quale monumento si parla e chi è il maresciallo, “in posa tranquilla”, che da più di cento anni osserva le vicende della città di cui fu nominato Duca e che al mattino, al momento della colazione, esattamente come uno di famiglia, ci dà il buongiorno dalla confezione del latte. ebbene sì, stiamo proprio parlando del maresciallo di Francia maurice edme- Patrice de mac mahon, o meglio del monumento a lui dedicato e inaugurato il 4 Giugno 1895. Le immagini e i discorsi di quella solenne cerimonia vennero pubblicati sulla “Illustrazione Popolare” del 16 Giugno dello stesso anno e si possono rivedere sul documentatissimo libro di Pietro Pierrettori “Patrice de Mac Mahon Duca di magenta”. Come mai questa curiosità per il nostro “marmaion”, come lo chiamavano i vecchi, con un soprannome che ribattezzando in modo affettuoso una persona o un monumento non fa altro che spogliarlo della sua lontananza e renderlo vicino come uno di casa? Perché dopo aver cercato notizie sul monumento alla vittoria, il Cavalon, e quello ai Caduti, non volevo lasciare nell’ombra proprio uno dei simboli più familiari e riconoscibili della nostra città. Andiamo in giro per il mondo a visitare musei e ad ammirare i capolavori che vi sono custoditi e mi sembra giusto conoscere un po’ meglio le piccole opere d’arte di casa nostra, perché questo si sono rivelati, alla fi ne, i nostri monumenti, che possono piacere o non piacere, risultare retorici o troppo datati, ma che sono stati realizzati da artisti di indubbio valore. e al monumento del nostro marmaion hanno posto mano due personalità dal curriculum prestigioso. Cominciamo allora dallo scultore e, una volta scoperto il nome sul libro di Pierrettori, grazie a Wikipedia, la ricerca è facile. La statua di Mac Mahon è opera di Luigi Secchi, nato a Cremona nel 1853 e morto a miazzina nel 1921. Stabilitosi a milano, fu allievo dell’Accademia di brera ed ebbe una spiccata disposizione per la scultura monumentale; realizzò infatti numerose opere, tra le quali, solo per citarne alcune, la statua di verdi, a busseto, il bassorilievo di Umberto I all’entrata del Castello Sforzesco, la statua di Sant’Ambrogio, nella torre del Filarete, sempre al Castello. Il piedestallo fu disegnato da Luca beltrami, nato a milano nel 1854 e morto a roma nel 1933. Di professione architetto, insegnò all’Accademia di belle Arti a milano e al Politecnico; svolse un’intensa attività come studioso e teorico dell’arte e fu senatore del regno d’Italia. Dispose il piano regolatore per la Città del vaticano e realizzò gli edifi ci più importanti di piazza della Scala a milano, tra i quali la facciata di Palazzo marino. Sempre a milano, a lui si devono, tra gli altri, il Palazzo della Permanente, la sede del Corriere della Sera in via Solferino e la Sinagoga di via Guastalla. Compì numerosi restauri: la torre del Filarete e il Castello Sforzesco e inoltre il campanile di San marco a venezia, solo per citare i più noti. e un intelletto di questo calibro ha lavorato anche per noi! e’ risaputo che l’Italia vanta un patrimonio artistico di eccezionale valore, ma accanto a opere di fama mondiale, si possono trovare, sparsi per tutto il Paese come fi gli di un dio minore, pregevoli lavori artistici custoditi nelle abbazie, nei castelli, nelle dimore private; sono opere di caratura modesta, se paragonate alle grandissime che tutto il mondo ci invidia, e importanti solo per chi ci è cresciuto accanto, ma fanno pur sempre parte di una grande tradizione di eleganza e di buon gusto che vale la pena di conoscere e tutelare.

M. Luisa Busti

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Il Monumento ai Partigiani

Il Monumento ai Partigiani


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Ogni tanto accade: hai una cosa sotto gli occhi per anni, ogni volta che ci passi davanti le butti un'occhiata senza badarci più di tanto e poi, un certo giorno dici: però! E quel che i tuoi occhi avevano sempre distrattamente guardato ti appare carico di significato. E' il caso di un monumento collocato al cimitero, proprio di fronte al primo cancello per chi proviene da piazza Kennedy; chi entra, se lo trova immediatamente davanti: un rettangolo ordinato di sassolini bianchi, un piccolo altare, le foto dei partigiani, vasi di fiori, esattamente come in tutte le tombe, e poi un'alta parete, bianca e ruvida, che cattura lo sguardo con figure scolpite che si divincolano nella pietra, contorte, prigioniere e torturate. Sono lì da sempre ma un giorno, complice forse la luce più nitida, la pietra restituisce intatta la tragedia di quegli uomini e di quelle donne che ebbero il fegato di ribellarsi e sognarono la libertà, senza però riuscire a raggiungerla. E' un monumento ai caduti, drammatico nella sua semplicità, e quando arriva il momento di vederlo davvero, superando la consunta visione di ogni giorno che sfiora la realtà senza farla propria, nasce spontanea la domanda: chi l'ha realizzato? Gli giri intorno, cerchi una firma, una targa, un graffio nella pietra. Nulla di nulla e ci vuole proprio un bel colpo di fortuna per imbattersi nel nome giusto: Andrea Cascella. Il resto è una passeggiata, perché le notizie sull'autore, riassunte qui di seguito, si trovano agevolmente su Wikipedia, nella Treccani e sui libri d'arte. Andrea Cascella, nato a Pescara il 10 gennaio 1919, appartiene ad una nota famiglia di artisti che ha come capostipite Basilio Cascella, pittore, illustratore di paesaggi e genti d'Abruzzo; l'esponente più famoso della famiglia è però Michele Cascella, zio di Andrea, uno dei pittori italiani più popolari e più acquistati, anche all'estero. A questi suoi illustri cittadini, tre generazioni di artisti conosciuti in Europa e nel mondo, la città di Pescara ha dedicato un museo. Andrea iniziò la propria carriera come pittore e come ceramista, prima di dedicarsi alla scultura. Durante la guerra partecipò alla Resistenza nelle formazioni garibaldine dell'Ossola, in qualità di comandante. La sua prima esposizione di opere avvenne nel 1949, presso la Galleria dell'Obelisco, a Roma, dopodiché, ormai affermato, presenziò alla Biennale di Venezia, dove fu premiato nel 1964, alla Galleria Grosvenor di Londra, al Museo Guggenhein di New York e in numerose mostre personali nelle Gallerie d'arte di Milano. Fu direttore dell'Accademia di Brera e commissario alla Biennale di Venezia nel 1972. E'considerato un esponente dell'astrattismo europeo e per le sue sculture predilige la pietra, granito o marmo. Tra le sue opere più belle si ricorda il Monumento ai caduti di Auschwitz, che progettò insieme al fratello Pietro nel 1958. Agli inizi degli anni sessanta, inoltre, realizzò delle sculture per le strutture Olivetti di Düsseldorf e di Buenos Aires. Morì a Milano il 26 agosto 1990. La fortuna, che mi ha fatto imbattere per puro caso in questo artista niente affatto sconosciuto, non mi ha però dato nessuna indicazione sull'opera che noi ospitiamo nel nostro cimitero: nulla si sa ad esempio su quando lo scultore l'ha realizzata, né chi gliel'abbia commissionata, e altri dettagli del genere. E' troppo sperare in un'altra spintarella da parte della dea bendata che aiuta sì gli audaci, ma anche i curiosi e gli ostinati?

M. Luisa Busti

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