Basilica di San Martino

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La Basilica di San Martino

La Basilica di San Martino

basilicasanmartino

Via Roma, 39

20013 Magenta (MI)

+39 0297298342

 


L'idea di costruire un nuovo luogo di culto fu avanzata da don Cesare Tragella, prevosto di Magenta dal 1885 al 1910, per assolvere a due esi­genze, una legata al­la crescita di popola­zione e l'altra ad un luo­go per onorare i Caduti del­la Battaglia di Magenta del 1859, il cui successo ancora coinvol­geva emotivamente i magentini. Il progetto della nuova chiesa dedicata a San Martino e San Gioacchino fu affidata all'ar­chitetto Parrocchetti che adottò una costru­zione, in stile neo-rinascimentale italiano. L'Ottocento e i primi anni del novecento ven­gono considerati il periodo della "neo" archi­tettura intendendo con ciò l'uso forte del lin­guaggio classico. L'architettura greca e romana, in principio (neo-classicismo), quella medioevale e rina­scimentale, in un secondo tempo (storicismo), la libera riproposizione simultanea di stili ar­chitettonici diversi temporalmente e geogra­ficamente perfinire (eclettismo), costituisco­no il linguaggio in uso nell'architettura de tempo. Non stupisce, pertanto, che la Basili­ca di San Martino presenti essenzialmente uno stile incerto sia sul piano planimetrie: che altimetrico, riconducibile ad un gusto che potremmo definire neo-rinascimentale. L'edificio è a croce latina, impostato su una navata centrale più ampia e due laterali più strette e più basse, avente una lunghezza c m. 87, una larghezza al transetto di m. 3C e un'altezza alla cupola di m. 57, dimensioni che la rendono la più ampia della diocesi dopo il Duomo di Milano. La navata è, infatti sormontata da una cupola con massiccio tamburo finestrato e lanterna slanciata. La prima pietra venne posata nel 1893 e, superate le difficoltà tecniche ed economiche anche grazie alla manovalanza fornita gratuita­mente dai parrocchiani, i lavori di costruzio­ne della struttura furono terminati agli inizi del XX secolo, permettendo nel 1901 la cele­brazione della prima Messa su un altare im­provvisato. La monumentale opera venne consacrata il 24 Ottobre 1903 dal Cardinale A.C. Ferrari, il quale tuttavia vietò il trasporto nella chiesa delle ossa dei Caduti della Battaglia del 1859, facendo così venir meno una delle due moti­vazioni che avevano originato l'idea del pro­getto. Il complesso architettonico della Chie­sa fu dotato di una torre campanaria alta m 72 anch'essa in stile neorinascimentale italiano, opera del prof. Benedetti per la par­te artistica e dell'ing. Monti per la parte strutturale. Inaugurata nel 1913 dal Cardina­le Ferrari, venne dotata di otto campane, sei delle quali prelevate dall'antica Chiesa di S. Martino donate dall'Arciduca Massimiliano d'Austria nel 1859; asportate dalla milizia fa­scista il 20 Maggio 1943, durante il secondo conflitto mondiale, vennero rimpiazzate da un nuovo concerto campanario il 12 Ottobre del 1947 in occasione dell'attribuzione a Ma­genta del titolo di Città ed ancora nel 1964 a causa del rapido deteriorarsi delle precedenti, realizzate con materiale di recupero. I lavori di costruzione della facciata in marmi policromi, progettata dall'architetto Mariani, iniziarono nel 1932 e, a seguito dei rallenta­menti, dovuti al secondo conflitto mondiale e alle difficoltà economiche, furono terminati solo nel 1959; la facciata venne inaugurata il 4 Giugno dello stesso anno dall'Arcivescovo di Milano G.B. Montini; il 3 Marzo 1948 arri­vò il riconoscimento ecclesiastico da parte del Papa Pio XII con l'elevazione della chiesa a Basilica Minore Romana. L'ingresso centrale è dotato di un portale ad arco poggiante su quattro colonne in stile co­rinzio; nella lunetta che le sovrasta trova po­sto un bassorilievo raffigurante il battesimo di S. Martino mentre ai lati delle stesse sono collocate nelle rispettive nicchie le statue de­gli apostoli Pietro e Paolo. Sopra il portale è scolpito un rosone centrale raffigurante la Gloria del Santo ed ai lati di questo sono si­tuate le statue dei Vescovi milanesi Ambrogio e Carlo. L'altare Maggiore, progettato dall'architetto Parrocchetti, è un'importante opera realizza­ta con marmi policromi con una mensa pog­giante su quattro colonne di marmo bianco, tra le quali si trova un bassorilievo di metallo dorato raffigurante l'Ultima Cena ed il Cibo­rio sormontato da una statua del Cristo Ri­sorto. Nel braccio sinistro del transetto si tro­va la Cappella dedicata alla Madonna del Ro­sario progettata dall'architetto Parrocchetti; l'altare fu realizzato dall'artigiano Galli in le­gno dipinto. Ai lati di questa cappella ve ne sono altri due, di minori dimensioni, dedicate a S. Francesco e a S. Giuseppe. Nel braccio destro del transetto è situata la Cappella di Santa Crescenzia, anch'essa pro­gettata dall'architetto Parrocchetti; l'altare fu realizzato dall'artigiano Miramonti in le­gno dipinto, come pure l'urna contenente i resti della Martire. Ai lati di questa cappella ve ne sono altre due, più piccole, dedicate al Sacro Cuore e al Sa­cro Crocifisso. Il complesso architettonico della Basilica può dirsi completamente termi­nato negli anni '60, con la realizzazione del pavimento marmoreo, con l'ampliamento dell'altare Maggiore e con la collocazione di una nuova mensa rivolta verso l'assemblea dei fedeli. Tra i numerosi af­freschi che arric­chiscono l'interno della Basilica, ricor­diamo quelli realiz­zati agli inizi del XX secolo, tra cui si se­gnalano soprattut­to quelli grandi ret­tangolari ai lati del presbiterio ("La ve­nerazione della Sa­cra Famiglia" e "L'incontro di San Martino col pove­ro"), quello tondo sull'altare Maggio­re ("L'Esaltazione dell'Eucaristia e della Cro­ce") e le quattordici Stazioni della via Crucis nelle navate laterali, opera del professor Val torta e dei suoi discepoli. La cupola venne af­frescata invece dal professore Conconi di Co­mo negli anni '60, con i Profeti Maggiori e Minori e con i quattro Evangelisti sulle vele che la raccordano ai pilastri di sostegno, a sintetizzare il vecchio e il Nuovo Testamento. All'ingresso della Basilica una pregevole ope­ra in legno dell'artigiano Corneo supporta l'antico organo Prestinari; inaugurato nel 1860, nella vecchia parrocchiale, venne tra­sferito nella nuova Basilica nel 1902. Attualmente utilizzato per concerti solenni, con le sue 1600 canne è uno degli strumenti più grandiosi realizzati dai Maestri organari magentini.

Altare Maggiore

L'antico altare Maggiore, ricco di marmi e di bronzi cesellati e dorati (un'Ultima Cena, alla Leonardo da Vinci; la profezia di Malachia 1, 10-11, con l'abrogazione del culto antico). Sulla parete poi dirimpetto a S. Martino, è af­frescato Papa Leone XIII (1878-1903) che in­dica, avendone parlato in diversi suoi scritti, la santa famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria. Il nuovo altare Maggiore, usato per le cele­brazioni (mentre quello antico è usato per la conservazione dell'Eucaristia), altrettanto ric­co di marmi e bronzi cesellati e dorati: ripor­tano le rappresentazioni della morte e resur­rezione di Gesù Cristo sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento (agnello pasquale, offerta in sacrificio di Isacco, offerta di pane da par­te di Melchisedech). L'angelo che si vede all'ambone dove si pro­clama la Parola di Dio è invece quello, appun­to, che al sepolcro di Cristo, vuoto, ne annun­cia la resurrezione.

Altari Minori

Altari minori: nell'ordine, partendo dalle por­te delle sacrestie, prima a Est, poi a Ovest: S. Francesco, S. Maria, S. Giuseppe, Sacro Cuo­re, S. Crescenzia, Santissimo Crocifisso. Sono gli elementi che più direttamente si ricollega­no all'antica chiesa parrocchiale di S. Marti­no, un tempo collocata in piazza Kennedy (si aggiunga l'organo Prestinari che, con la sua grande cassa in legno dorato, in parte provie­ne di là, dove era stato installato verso la me­tà dell'Ottocento, ma non in fondo alla chie­sa, bensì lateralmente). In particolare quello di S. Crescenzia, con le reliquie della compatrona (con S. Martino, patrono principale di Magenta), arrivate da Roma il 7 gennaio 1817. L'Altare di S. Maria, Madre di Dio, Nostra Signora della Vittoria (del bene sul male) e Regina della Pace: con­tiene una statua della Madonna del 1838 c.a che, col Bambino, non porge il Rosario, ma dei collari con medaglie asburgiche della me­tà del Settecento con le quali la Madonna è invocata come Regina della Pace. Quello del Crocifisso, che tale e quale si tro­vava nell'antica S. Martino. Contiene il Croci­fisso un tempo collocato sopra l'altare Mag­giore in legno della vecchia S. Martino. Quando agli inizi dell'Ottocento lo fecero, in quella chiesa, di marmo, salvarono il Crocifis­so, al quale costruirono un apposito altare (che è quello che vediamo ancora oggi in Ba­silica). Dell'antico altare Maggiore in legno della vecchia S. Martino ci sono arrivate an­che le statue cinquecentesche, raffiguranti degli angeli, che ora si trovano sull'altare di Santa Crescenzia.

La facciata - Rosone

San Martino, nella vita eterna, incontra diret­tamente Dio. E' accompagnato dagli angeli, che, secondo Sulpicio Severo (amico di Mar­tino e suo primo biografo nel 397) e Venanzio Fortunato (vescovo di Poitiers e suo biografo nel 575), già lo incontravano, al pari di certi santi, nella vita terrena. Ai suoi piedi, vinto, c'è I' "antico nemico", il diavolo.

La facciata - Lesene che fiancheggiano il rosone

Con sei quadri a bassorilievo contenenti diver­si episodi che illustrano l'attività di Martino contro il male fisico e morale e contro il Mali­gno. Importa qui la raffigurazione di come egli operava: con l'umiltà e la penitenza personale e con uno straordinario spirito di preghiera, perché, come scrive Sulpicio Severo, "non di­straeva, neanche per un momento, il proprio animo dalla preghiera; continuava a pregare anche quando si occupava di cose terrene". La facciata - Lunette sopra la porta centrale e lateraliRecano, al centro, in grande, Martino, vestito da soldato, mentre viene battezzato. Sopra la porta di destra e di sinistra, invece, rispettiva­mente la sua ordinazione sacerdotale ed epi­scopale, in piccolo, perché rappresentano semplicemente lo sviluppo di ciò che ricevet­te col battesimo: la cristificazione. Sotto le armi mostrò le qualità che gli valse­ro una notevole ammirazione da parte dei suoi commilitoni. Essi provavano per lui un grande affetto e uno straordinario rispetto.

La facciata - I tondi della facciata

Partendo dal pavimento della facciata, si pre­sentano, magnifici tondi con il ritratto a bas­sorilievo dei seguenti santi: Luigi Gonzaga, Giovanna dArco, Rosa da Lima, Agnese, Filip­po Neri, Giuseppe, Caterina da Siena, Vincen­zo de' Paoli, Madonnina del Monte Grappa, Teresa del Bambin Gesù, Teresa d'Avila, Fran­cesco d'Assisi, Crescenzia, Sebastiano.

La facciata - San Pietro e San Paolo

Di fianco alla porta centrale, le due statue con S. Pietro e S. Paolo (la Basilica è, come di­ce il cartiglio sostenuto da due angeli ai pie­di del rosone, "Basilica Minore Romana": si­gnifica che il Papa Pio XII, nel 1947, ha riconosciuto alla nostra parrocchiale una grande importanza storica e artistica, attribuendole il titolo che spetta alle chiese più insigni di Roma - "Maggiori" sono, a Roma, solo S. Pie­tro, S. Giovanni in Laterano, S. Maria Maggio­re e S. Lorenzo).

La facciata - Lesene ornamentali

Ai lati delle statue partono due lesene con motivi ornamentali, tra i quali, in quella di si­nistra, una volta saliti di fianco alla lunetta col battesimo di S. Martino, lo stemma della famiglia Crivelli, legata a Magenta, che ha dato alla Chiesa Papa Urbano III; in quella di destra lo stemma dei Mazenta, diventato stemma comunale, che ha dato i natali a illu­stri personaggi ecclesiastici, tra i quali Fau­stino Mazenta, e non, tutti benemeriti della Città, per esempio nella costruzione della chiesa di S. Biagio prima e nella fondazione dell'istituto delle Madri Canossiane poi.

La facciata - Altre decorazioni

Due grandi tondi, ai lati esterni del cartiglio con "Basilica Romana Mi­nore": a sinistra, San Giuseppe Cafasso, a de­stra San Giovanni Bo­sco. Sopra ci sono le statue di Sant'Ambro­gio e di San Carlo: sono i due patroni della no­stra diocesi di Milano. Infine nei due tondi ai lati del rosone, a sini­stra, il Prevosto Luigi Crespi, ideatore della facciata e di buona parte delle pitture in­terne; a destra, il Pre­vosto Cesare Tragella, ideatore della nuova chiesa parrocchiale e dell'ornamentazione dell'antico altare Maggiore. Il CampanileIl campanile doveva essere più alto (infatti si nota una certa sproporzione rispetto alla grande cupola, se si osservano insieme). Non fu possibile salire di più perché le auto­rità competenti temevano qualche intralcio per il volo radente e a vista dei primi aerei che scendevano e salivano dalla pista di Lonate Pozzolo, prima che sorgesse Malpensa! Una storia vera è quella alla quale si riferisce la lapide posta sul campanile stesso, sul lato orientale. "Magenta cristiana ricorda alle future gene­razioni la Famiglia Fornaroli fu Paolo e gli al­tri benefattori del tempio e del campanile". Si tratta della famiglia di don Germano Forna­roli (1823-1892) che, con le sorelle Luigia e Angiolina, vedova Marinoni, furono grandi benefattori della Città con la fondazione del primo Oratorio Maschile "Maria Immacolata" nel 1889, con la donazione di terreni per la costruzione della nuova S. Martino e delle nuove case per i sacerdoti, con l'offerta gene­rosa per il campanile. Erano cugini di secondo grado di un altro, co­me loro, uomo della Parrocchia di S. Martino, grande benefattore a sua volta della Città, Giuseppe Fornaroli, cui sono intitolati, perché ne permise la fondazione, un Asilo e l'Ospe­dale di Magenta. Funzione immediata del campanile è quella di contenere le campane, così che, spandendo il loro suono, salutano i momenti della vita della comunità. Esse par­tecipano così al culto rivolto a Dio da parte della Chiesa. Per questo sono consacrate dal vescovo addi­rittura col Crisma. Le nostre attuali otto cam­pane sono del 1964, eredi di altre otto che, pur essendo state solo del 1947, non andaro­no bene, in quanto, nell'immediato dopo­guerra, erano state fuse con materiale non eccellente, nella fretta di sostituire le grandi campane storiche, provenienti dalla vecchia S. Martino, sottratte alla Parrocchia per biso­gno di metallo in epoca bellica (tra quelle storiche c'era anche un campanone che s; chiamava Massimiliano, perché dono, nella prima metà dell'Ottocento, del Vice-Re asburgico Massimiliano d'Austria). Anche le attuali hanno un nome (dal campa­none alla campanella): Cristo Re, Madonna, Giuseppe, Crescenzia, Pietro Paolo, Ambrogio Carlo, Angeli Custodi, Martino. Sono i santi ai quali esse sono dedicate

Il Campanile

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Il Campanile è alto 80Mt


Il campanile doveva essere più alto (infatti si nota una certa sproporzione rispetto alla grande cupola, se si osservano insieme). Non fu possibile salire di più perché le autorità competenti temevano qualche intralcio per il volo radente e a vista dei primi aerei che scendevano e salivano dalla pista di Lonate Pozzolo, prima che sorgesse Malpensa! 
Una storia vera
E’ quella alla quale si riferisce la lapide posta sul campanile stesso, sul lato orientale.
“Magenta cristiana ricorda alle future generazioni la Famiglia Fornaroli fu Paolo e gli altri benefattori del tempio e del campanile”
Si tratta della famiglia di don Germano Fornaroli (1823-1892) che, con le sorelle Luigia e Angiolina, vedova Marinoni, furono grandi benefattori della Città con la fondazione del primo Oratorio Maschile “Maria Immacolata” nel 1889, con la donazione di terreni per la costruzione della nuova S. Martino e delle nuove case per i sacerdoti, con l’offerta generosa per il campanile. Erano cugini di secondo grado di un altro, come loro, uomo della Parrocchia di S. Martino, grande benefattore a sua volta della Città, Giuseppe Fornaroli, cui sono intitolati, perché ne permise la fondazione, un Asilo e l’Ospedale di Magenta.
Riflessione religioso-liturgica
Funzione immediata del campanile è quella di contenere le campane, così che, spandendo il loro suono, annuncino al mattino, a mezzogiorno e a sera che Dio si è fatto uomo; annunciano poi, alle quindici del venerdì, che per gli uomini Gesù Cristo è morto; salutano i momenti della vita della comunità ed elevano in morte un ultimo pensiero per i defunti. Esse partecipano così al culto rivolto a Dio da parte della Chiesa. Per questo sono consacrate dal vescovo addirittura col Crisma. Le nostre attuali otto campane sono del 1964, eredi di altre otto che, pur essendo state solo del 1947, non andarono bene, in quanto, nell’immediato dopoguerra, erano state fuse con materiale non eccellente, nella fretta di sostituire le grandi campane storiche, provenienti dalla vecchia S. Martino, sottratte alla Parrocchia per bisogno di metallo in epoca bellica (tra quelle storiche c’era anche un campanone che si chiamava Massimiliano, perché dono, nella prima metà dell’Ottocento, del Vice-Re absburgico Massimiliano d’Austria).Anche le attuali hanno un nome (dal campanone alla campanella): Cristo Re, Madonna, Giuseppe, Crescenzia, Pietro Paolo, Ambrogio Carlo, Angeli Custodi, Martino. Sono i santi ai quali esse sono dedicate.

La Storia

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1500 - 1903

L'unico dato certo, per dire che esisteva in Magenta la Parrocchia di San Martino, è fornito dai libri di Anagrafe Parrocchiale, che partono dal 1602. Ciò nonostante, ovviamente, esistevano a Magenta diverse chiese, anche se non avevano funzioni parrocchiali autonome (quella di San Martino, a esempio, è nominata già nel XIII secolo). Nel Cinquecento il più importante complesso ecclesiastico di Magenta era quello dei Monaci Celestini di S. Maria Assunta., in centro; seguiva quella cimiteriale di San Martino, nell'attuale piazza Kennedy. E poi diverse altre chiesette: alcune ancora funzionanti nel 1602, quando ufficilamente inizierà la Parrocchia in senso moderno, altre in degrado; alcune saranno successivamente recuperate e consegnate alla tradizione magentina, altre, malgrado la storia della quale erano portatrici,_spariranno. Nella seconda metà del Cinquecento, quando ancora non esisteva la Parrocchia di San Martino, oltre ai Monaci Celestini (indipendenti dall'Arcivescovo della Diocesi di Milano), il clero diocesano, legato all'Arcivescovo per il tramite dell'antichissima Chiesa Plebana di San Vittore a Corbetta, officiava in centro nella chiesa di Sant' Antonio ("nella piazza fronteggiata dalla strada per Novara“:quella chiesa non solo non esiste più, ma non sappiamo neppure bene dove fosse); il clero diocesano officiava poi in periferia nella chiesa di San Martino, cimiteriale, perché si trovava dentro l'area del cimitero, utilizzato solo in parte, così da sembrare più un cimitero-giardino che un luogo tradizionale di sepoltura. Nel 1567 (Visita di Padre Leonetto Chiavone) San Martino risultava lunga una trentina di metri, con un campanile a due campane di circa venti metri. Lo stile era romanico. A partire da quaeste caratteristiche, nei secoli successivi ci saranno diversi ampliamenti e modifiche, ma in quell’anno non aveva neppure il battistero, secondo l'uso antico fortemente storico-simbolico, che riconosceva ancora la funzione parrocchiale-battesimale alla Plebana di San Vittore a Corbetta. La modernità venne introdotta dall'Arcivescovo san Carlo Borromeo: Parrocchia autonoma, ma con il fatto curioso di due Parroci "porzionari", perché avevano in comune la medesima titolarità, ma uno risiedeva a San Martino e l'altro in centro.Non mancarono così, per la bipolarità della quale era caratterizzato il territorio parrocchiale, motivi di attrito, che, mutando le situazioni storiche e ampliandosi le forme di partecipazione laicale alla vita della Parrocchia, continuarono fino al 1744, quando, per l'aumentato clero magentino, per l’ampiezza e la bellezza delle quali era stata dotata nei secoli la vecchia San Martino e per le diverse chiese qui esistenti, si decise di elevare alla dignità di Prevosto il Curato di San Martino, subordinandogli l'altro Curato e il rimanente clero della borgata. Tuttavia l'eccentricità della Parrocchiale, con i tentativi di un miglior servizio pastorale in centro, continuavano a determinare il fatto che, lì, vuoi una chiesa vuoi un'altra, anche per campanilismo, sì ergeva ad antagonista di quella di S. Martino. Ancora nel 1782, in occasione della soppressione dei Monastero dei Celestini, il Canonico Curato Ghidoli sosteneva l'opportunità di elevare la chiesa di Santa Maria Assunta a Parrocchiale indipendente da San Martino. In Curia prevalsero le giuste osservazioni contrarie del Prevosto Melzi (1775-1783), il quale non mancò di esternare un certo malumore nei confronti del Canonico Curato, anche in forma sarcastica esempio, sulla pagina iniziale del libro d'Anagrafe, compilato dal Canonico Ghidoli con puntiglio, dichiarato proprio da lui in quella pagina iniziale, il Prevosto aggiunse di suo pugno la seguente beffarda intestazione: Qui iuvabit Iibrum istum, non videbit Jesum Christum, et ibit in Infernum, ad penandum in eternum, inter brachia Diabolorum, per omnia secula seculorum: cioè: chi scriverà questo libro (ovvero il Ghidoli), non vedrà Gesù Cristo e andrà all'Inferno a penare in eterno, tra le braccia dei Diavoli per tutti i secoli dei secoli. Cento anni dopo questi problemi, con quello dell’antica Parrocchiale ormai troppo vecchia, saranno risolti con la rifondazione della Parrocchiale in centro (l'attuale Basilica: Prima Pietra nel 1883).

 

1903 - 1936

La Parrocchiale di San Martino e Gioacchino (il secondo titolo fu una innovazione del Prevosto Tragella per il suo personale ossequio a Gioacchino Pecci, Papa Leone XIII, morto nel 1903) fu consacrata il 24 ottobre di quello stesso anno dal beato Cardinal Arcivescovo Andrea Carlo Ferrari.Essa tuttavia, su progetto di Alfonso Parrocchetti, in stile neorinascimentale, con il ciclo iniziale di affreschi di Luigi Valtorta, era pronta solo in parte. Così come rimase semplicemente nelle intenzioni del Prevosto Tragella di dedicare, all’interno della chiesa, un altare alla memoria e al suffragio di tutti i caduti nella battaglia di Magenta del 4 giugno 1859, dato che l’Ossario della Battaglia, del 1872, era dedicato solo ai Francesi. Nel 1913, sotto il Prevosto Bernareggi, sarà così consacrato, sempre dal beato Ferrari, il campanile (progetto di Oreste Benedetti e Giuseppe Monti). Furono poi compiuti gli affreschi, morto il Valtorta, dai discepoli Cavenaghi, Jemoli, Secchi.Nel 1936 infine, San Martino, con la fondazione della Parrocchia dei Santi Carlo e Luigi di Pontevecchio, si avviò a essere più propriamente, a Magenta, Chiesa Madre, anche se fin dal 1744, per le molteplici realtà ecclesiali presenti sul territorio del Comune, era sede di Vicariato Foraneo, indipendente da quello di Corbetta.

1936 - 1948

Con il Prevosto Crespi erano iniziati, già nel 1932, i lavori per la facciata (progetto Mariani), ma per gli impegni economici della Parrocchia in altri campi e per l’intercorso periodo bellico e post bellico relativo alla Seconda Mondiale, essi procedevano a rilento. Nel 1947 tuttavia, nell’esultanza per l’attribuzione a Magenta del titolo di Città, furono consacrate le otto campane che sostituirono quelle requisite a San Martino, come alle altre chiese della Parrocchia, per motivi di guerra. Era stata una requisizione dolorosa, perché si trattava di un concerto storico, proveniente dalla vecchia S. Martino, donate nel 1859 dall’Arciduca Massimiliano d’Asburgo, Viceré del Lombardo-Veneto. Nel 1948 Papa Pio XII eleverà la Parrocchiale di San Martino alla dignità di Basilica Romana Minore.

1948 - 1972

La facciata, finalmente conclusa, sarà inaugurata il 4 giugno 1959 dal Cardinal Arcivescovo Giovan Battista Montini, poi Papa Paolo VI, “in memoria di tutti i soldati” caduti nella Battaglia 4 Giugno 1859, compiendo così, ma solo in parte, l’intenzione iniziale del Prevosto Tragella, ispirata a ideali patriottici e pacificatori. Il Prevosto Terrani provvide alla sostituzione delle precedenti campane, fuse in economia nel 1947, ben presto incrinate, con il concerto che suona ancora oggi, proveniente dalla capitale delle campane, Castelnovo ne’ Monti (Reggio Emilia). Seguirono gli affreschi della cupola (Torildo Conconi) e lo spettacolare pavimento marmoreo. Tutto fu pronto per il 1964, sessantesimo di consacrazione della Basilica. Nel 1965, nuova filiazione della Chiesa Madre di San Martino: la Parrocchia dei Santi Giovanni Battista e Girolamo Emiliani. Nel 1971 la Pieve di Corbetta venne inglobata nel Vicariato Foraneo di Magenta che, col 1972, assunse la nuova denominazione di Decanato di Magenta.


1948 - oggi

Nuove filiazioni: la Parrocchia della Sacra Famiglia, nel 1972; poi, nel 1976, col Prevosto Locatelli, quella di San Giuseppe Lavoratore a Ponenuovo.  In concomitanza con le nuove disposizioni legislative, la Parrocchia Centrale, in quanto Ente Morale, ritornava ad assumere la denominazione di “San Martino Vescovo”, rinunciando a quella meno tradizionale e poco sentita di “San Martino e Gioacchino”. Successivamente l’Amministrazione Comunale deliberava in forma ufficiale che il Santo Patrono della Città era appunto san Martino. In quegli stessi anni Settanta, la Parrocchia di San Martino Vescovo si impegnava per l’avvio del processo di canonizzazione della serva di Dio Gianna Beretta Molla, magentina. Sotto il Prevosto Giacobbe, nel 1992, fu realizzato il nuovo monumentale Altare della Celebrazione Eucaristica (progettazione di Valerio Vigorelli e Marco Melzi). Successivamente sono iniziati i radicali restauri di tutto il complesso basilicale. Il 26 ottobre 2003, a conclusione delle feste centenarie della Basilica, con un gesto che il Prevosto Tragella non aveva potuto compiere, la statua della Madonna, custodita in Basilica al suo altare, è stata solennemente incoronata col titolo di Regina della Pace. Ai suoi piedi, in un apposito cofanetto, sono stati deposti, in affidamento, i nomi di tutte le famiglie di Magenta.

 

Bibliografia
A. Cislaghi, La predica non scritta di don Cesare Tragella per l’inaugurazione della Basilica di S. Martino in Magenta, I Quaderni del Ticino, 46 (2003)
A. Cislaghi, L’eco della Battaglia nella Basilica di Magenta, I Quaderni del Ticino, 47 (2003)
E. Cattaneo, Il culto cristiano in Occidente, BEL Subsidia 13 CLV, Edizioni Liturgiche
Venanzio Fortunato, Vita di s. Martino di Tours, Città Nuova Editrice
Sulpicio Severo, Vita di s. Martino di Tours, Maggioli Editore

Il Restauro

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Non poteva mancare in questa sezione un accenno ai lavori di restauro realizzati nella Basilica di San Martino nell'anno del suo Centenario. Essi hanno riguardato il completo restauro delle superfici affrescate e dipinte (un totale di circa 4.500 metri quadrati), la ripulitura della facciata e la sostituzione di tutte le vetrate. Questi lavori sono costati circa 800.000 euro (1.600.000.000 di vecchie lire), Per raccogliere una così ingente somma di denaro, a ogni famiglia della Parrocchia di San Martino e a tutte le aziende di Magenta è stato inviato un pieghevole illustrativo con i diversi particolari pittorici della Basilica, a ciascuno dei quali è stato attribuito un costo simbolico: dai cinquanta euro per il restauro di un metro quadro di superficie dipinta, ai cinquantamila necessari per la sistemazione dell‘Altare Maggiore. In questo modo, singoli cittadini, gruppi, associazioni e qualche azienda hanno potuto scegliere e farsi carico di una parte del restauro, dimostrando così, a distanza di cento anni, quanto sia ancora vivo l'attaccamento dei Magentini alla loro grande e bella chiesa.

Basilica Segreta

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Testi e informazioni tratti da:

(1903-2003) 100 anni Basilica di San Martio

DVD realizzato dalla Pro Loco Magenta

 


“Secerno, secrevi, secretum, secernere”: è latino! Da lì viene il nostro “segreto”, cioè l’atto di far uscire qualcosa da qualcos’altro, il secernere, il mettere da parte, il riservarsi qualcosa che ha un significato particolare.Quale significato abbia la Basilica e il suo Centenario lo abbiamo visto. Ma, all’interno di questi, ci sono dei particolari, di solito messi da parte per gli intenditori, che, a volte con un loro curioso linguaggio, vale la pena di scoprire.

 

Natura segreta

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Rappresentata da ciò che la natura più immediatamente ha offerto nell’abbellimento della Basilica. Si tratta di una vasta campionatura di marmi, ciascuno dei quali ha la sua storia geologica, che ne determinano le caratteristiche oggettive (colore e consistenza) con le quali si presentano e per le quali sono giudicati di pregio. Facciamo passare i diversi settori della Basilica, indicandovi almeno i marmi più pregiati, nell’insieme formanti un capolavoro di arte, luce, colori. Altare col tabernacolo per l’Eucarestia: a prescindere dal lavoro di scultura, che è molto importante, vi prevale il bianco, in diverse sfumature, e un delicatissimo grigio; molto bello il rosa delle colonne del ciborio che ha un cupolino in azzurro lapislazzulo bellissimo. Il suo pavimento: composto da un agnello in onici, Spuma di Mare, giallo Reale e rosso Levanto; e da un tappeto, con motivi a croce, in rosso S.Vito, fior di Poggio, giallo Siena, Calacatta, verde Vittoria, Pedra Fureda. Altare della celebrazione eucaristica: molto prezioso il bianco di Grecia. Passatoie e riquadri a lesena: perlato di Sicilia, giallo Reale, verde Gard, rosso S. Vito. Grandi tondi delle passatoie: rosso S. Vito, verde Gard e Cipollino, Pedra Fureda, giallo Reale, perlato di Sicilia, verde Vittoria. Le nuove vetrate: in “vetro striato di Monaco” o vetro alabastrato , perché nella pasta di vetro in fusione vengono aggiunte polveri di marmo (provenienza USA) Facciata: soprattutto bianco di Ornavasso, serpentino di Oria, Pietra di Viggiù. Possiamo ben dire che queste pietre sono state riservate dalla natura perché l’uomo le trovasse, le apprezzasse per lo scintillio dei loro colori (μαρμαίρω: “marmàiro”, in greco, significa brillare), le usasse, desse ai colori stessi un significato simbolico. Sono pietre che impressionano l’uomo per una sorta di vitalità in esse contenuta, avendo inglobato al loro interno, per sedimentazione, molte forme di antichissima vita, come nel caso delle grandi ammoniti rintracciabili in Basilica, nello zoccolo di rivestimento dei pilastri e delle pareti. Vengono così in mente le pagine finali del libro dell’Apocalisse, riferite a quando, per la vita, morte, resurrezione e ascensione al Cielo di Gesù Cristo, tutte le cose saranno fatte nuove, e ci appare la regale bellezza della Gerusalemme del Cielo, cioè della Chiesa, fatta di persone, costruita simbolicamente di diaspro, trasparente e rifulgente d’oro per la luce della Gloria di Dio che la transverbera, vivificandola e suscitando in lei i colori del sacerdozio che ci viene dal Cristo (sono gli stessi colori delle pietre incastonate sul pettorale del sommo sacerdote ebraico), che dice l’unione sponsale, attraverso l’uomo, di tutta la realtà con Dio: l’azzurro zaffiro, il viola calcedonio e ametista, il verde smeraldo, crisolito, berillo e crisopazio, il rosso sardonice, cornalina e giacinto, il giallo topazio e il bianco perla.

Manufatti segreti

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Cioè prodotti dall’operosità dell’uomo, che è sempre mosso da un’idea: tanto più è bella, generosa e gratuita, tanto più nobilita l’uomo stesso. Ci sono perciò i dipinti ad affresco (con tecnica speciale e tocco deciso, bisogna dipingere su un intonaco adatto, ancora fresco: i disegni e i colori si saldano così, quasi indistruttibilmente, con l’intonaco, a mano a mano che indurisce – in Basilica ci sono, a esempio, intere, enormi pareti trattate in questo modo, come quelle del vecchio altare Maggiore) e ci sono gli affreschi che imitano il marmo. E come la natura ha incluso nel proprio marmo qualche cosa di vitale, un anonimo artigiano, un po’ scherzosamente, ma con un significato profondo, ha incluso fra le simulate venature del marmo, la fisionomia della propria vezzosa innamorata, eternandola. C’è il trattamento che rende preziosi i metalli, più di quanto non lo siano in sé, perché sono usati per eternare una storia (certamente più grande di quella dell’artigiano precedente). E’ il caso, fra tanti, del calice della “parrocchialità”, il più antico esistente a Magenta (ma non solo, tant’è che il Museo Diocesano continua a richiedercelo). E’ del Cinquecento ed esprime lo stile di vita, fatto di collaborazione materiale e spirituale, fra le persone che formano la Parrocchia. Infatti vi sono raffigurati i santi delle chiese magentine di quel tempo: s. Martino, s. Francesco (era in piazza Giacobbe, vicino a s. Biagio), s. Pietro Celestino e s. Benedetto (per i monaci Celestini dell’Assunta, di regola benedettina), s. Antonio (era in via Roma, ma non sappiamo esattamente dove), s. Rocco. Ci sono i marmi scolpiti in forma mirabile, praticamente però non visibili dall’occhio umano, perché troppo in alto, quindi nascosti: risultano un esclusivo dono consacrato a Dio. In questi manufatti, insomma, si riscontra l’aspirazione dell’uomo, in qualche modo, all’eternità, che si realizza però in Dio. Viene in mente, perciò, la pagina del libro della Genesi, con il peccato di Adamo ed Eva, dopo la distorsione di ciò che suggerisce loro il diavolo. Il diavolo sa qual è il destino dell’uomo: la divinizzazione. Distoglie perciò l’uomo da questa meta, perché suggerisce: “Sarete come Dio”, mettendo però l’uomo contro Dio. Saremo certamente come Dio, ma non contro o senza Dio, ma con Dio.

Scritture segrete

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Ci sono graffiti e disegni di coloro che hanno scritto sui muri. Difficile però far uscire dall’oscurità del loro segreto queste testimonianze, che rimandano semplicemente a un tempo che fu, coi suoi sentimenti e le sue aspettative. Quando non ci sarò più anch’io, che identifico e tengo per me qualcuno di quelli che hanno scritto e disegnato sui muri, quel loro tentativo di lasciare un ricordo di sé sarà definitivamente reso nullo dall’inesorabile scorrere del tempo. Ma ci sono anche le scritture a muro delle lapidi. La Basilica ha ormai una sua piccola serie lapidaria. Leggiamole e identifichiamo in esse fatti e personaggi non del tutto chiari. Poi diremo anche dell’Archivio.

Lapide della consacrazione ed elevazione a Basilica di S. Martino

“L’Emintissimo Cardinale Carlo Ferrari – si dice in un latino stilisticamente un po’ zoppicante – consacrò questo tempio, dedicato a s. Martino vescovo, il solenne giorno 24 ottobre 1903. Il Sommo Pontefice Pio XII, essendo favorevole l’Eminentissimo Cardinale Ildefonso Schuster, lo eresse alla dignità e all’onore di Basilica Romana Minore il giorno 3 maggio 1948”. In essa balzano all’occhio almeno due sostanziali imprecisioni. Il Cardinal Ferrari volle chiamarsi – era una questione di principio e un rispetto della sua santa memoria mantenere la sua volontà– Andrea Carlo, perché aveva in programma di imitare, giungendo come Arcivescovo a Milano, s. Carlo Borromeo. Il Cardinal Schuster, poi, nella scrittura della lapide, sembra piuttosto colui al quale il Papa si rivolge per l’elevazione della nostra chiesa a Basilica e non viceversa. Ciò tuttavia è secondario, risultando invece molto importante che entrambi questi Arcivescovi di Milano sono Beati.

Lapide del centenario della Battaglia di Magenta

E’ in italiano. Si legge bene. Tuttavia va spiegata. Non si tratta tanto di sapere che l’Arcivescovo di Milano Montini divenne poi Papa Paolo VI, ma di comprendere come mai una lapide dedicata alla guerra, anche se riguardante la battaglia 4 Giugno 1859, si trovi in una chiesa. Inoltre in essa si nominano i soldati “gloriosamente” caduti. Nel linguaggio retorico della guerra si intendono i morti della parte vincitrice (francesi e italiani), non essendo affatto chiaro come si possa rivolgersi con l’appellativo di “gloriosi” anche agli austriaci caduti a Magenta, che quella battaglia l’hanno persa. Indelicatezza involontaria, dunque, in una chiesa, nei confronti di una parte dei caduti? Forse sì. Tuttavia bisogna sapere che questa lapide è complementare a ciò che si è voluto affermare con l’altare della Madonna, già descritto parlando dell’interno della Basilica: quell’altare fu voluto a suffragio di tutti i caduti della battaglia ed è ispirato alla Madonna Regina della Pace e Signora della Vittoria del Bene sul Male. Quella statua, infatti, porge un’antica medaglia sulla quale la Madonna, per la pace, è invocata, a mo’ di esempio da imitare, come protettrice d’Ungheria: “S. Maria, Mater Dei, Patrona Hungariae, 1754”. Addirittura, attorno a quell’altare, in nome della pace, erano stati voluti i busti dei sovrani di allora, a guardia d’onore dei loro soldati morti, anche se poi quei busti non furono là collocati.

Lapide del Centenario della Basilica

E’ di facile comprensione. C’è però una bella frase finale che va sottolineata. Vi si ringraziano i benefattori del restauro della chiesa fatta di pietre e i benefattori delle opere di carità della chiesa fatta di persone: cioè si ringraziano coloro che generosamente donano per il sostegno materiale di una struttura come la Basilica (ed è una forma di carità, perché tutti usufruiscono della sua bellezza) e coloro che generosamente donano perché la Parrocchia possa aiutare i poveri.

Lapide dei parroci

Riporta i soli Parroci della Basilica e non tutti quelli che ci furono anche nella vecchia chiesa parrocchiale, già in piazza Kennedy. A Magenta, a partire dal 1602, ce ne furono ben 31, senza contare quelli che, già prima di quella data, esercitavano il ministero presbiteriale da noi. E’ ciò che si ricava dalle scritture conservate nell’Archivio Parrocchiale di S. Martino, sconosciute ai più.

L’archivio

E’ l’ambiente, legato prima alla vecchia S. Martino e poi alla Basilica, nel quale, in modo riservato, sono custodite tante scritture. Le più affascinanti sono quelle con l’anagrafe (parte con regolarità nel 1602 e trascrive nascite, matrimoni, morti di tutta Magenta). Affascina vedere in poche pagine evocati centinaia e centinaia di magentini. Affascina osservare anche la grafia del sacerdote archivista che registra quei dati. Da sola rappresenta la storia di una vita. Di solito inizia con una grafia giovane e sicura, poi si fa più matura, infine tremolante e stentata. Quindi subentra un altro scrivente. E così via. Ma bisogna essere coraggiosi e prudenti nel maneggiare quelle carte, perché non si può fare a meno di pensare che esse sono state scritte anche in momenti nei quali dilagò la peste, il colera o la tubercolosi. Forse proprio con le scritture segrete dell’archivio, piuttosto che con le altre, si ha maggiormente l’impressione dello scorrere ineluttabile del tempo che tutto travolge. E viene in mente la Sacra Scrittura, il libro del Qoèlet che inizia col suo “Tutto è inutile. Quale utilità ricava l’uomo sotto il sole? Una generazione va, una generazione viene…Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che verranno”. Pessimismo? Apparentemente, perché Qoèlet si riferisce a “sotto il sole”, alludendo invece al fatto che “da sopra il sole”, cioè, secondo la mentalità del tempo, da Dio, viene la novità assoluta per l’uomo.

Scale segrete

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Ce ne sono di nobili, perché fatte di materiale pregiato e destinate a scopi rituali. E ce ne sono di meno nobili, nascoste, ma con un percorso che risulta spettacolare. Fra le nobili, in marmo, ricordiamo la scala interna al vecchio altare Maggiore. Vi si accede per una porta in legno intarsiato e sale fin sotto al ciborio, che altro non è che un baldacchino-tempietto sotto il quale una volta si esponeva per l’adorazione pubblica delle Quarantore il Santissimo Sacramento. E poi quelle in ferro battuto dei pulpiti, da dove, una volta, si proclamava la Parola di Dio ogni domenica e nelle feste e solennità. Entrambe queste scale salgono per l’adempimento di una funzione che significava, ma significa ancora, l’importanza su tutti e su tutto, dei Sacramenti e della Parola per la vita cristiana, per i quali Dio scende a noi, mentre noi saliamo a lui. Viene in mente la pagina del libro della Genesi con il pellegrinaggio di Giacobbe a Carran – che era anche una fuga. Nello scoramento per la fatica del viaggio, a valorizzare le sue speranze e a sostegno della sua fede, essendo senza nulla su cui posare la testa per la notte, se non un sasso, ecco che gli sopraggiunge un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; e gli angeli salivano e scendevano su di essa; e Dio gli si presentò per benedirlo e stare con lui. Anche le altre scale, pur indirettamente o simbolicamente, richiamano questi concetti. C’è infatti la scala che porta all’organo Prestinari con la sua cantoria: è funzionale alla musica e al canto liturgico. Una volta lassù in alto, è manifesto simbolicamente come la forma di ogni gesto liturgico – canto e musica compresi – è per la preghiera, la quale, innanzitutto, è un dono da accogliere dall’alto: è lo stesso Dio che scende verso di noi e ci invita alla preghiera, all’elevazione di noi stessi a Lui. Anche quelle stesse migliaia di canne, pur nella loro semplice materialità, ma con una loro voce, coi loro particolari scorci sullo spazio interno della Basilica, sono un invito a una ascesa, emotiva, psicologica, ideale. Ma il tragitto della scala dell’organo continua a salire, coi suoi colpi d’occhio dall’alto sull’interno della Basilica, invitando ancora all’elevazione: siamo certo seminati nella limitatezza della materialità, ma destinati a fiorire nell’eternità del Cielo, da dove ci viene incontro Cristo, simbolicamente rappresentato dal bellissimo volto della statua del Redentore, una volta raggiunta, che benedice dall’alto della cupola tutta Magenta. Il medesimo percorso immaginativo viene riproposto nella salita al campanile, col raggiunto vertice delle otto campane fuse a Castelnovo ne’ Monti (RE), il paese delle campane: sguardo ai monti, voci-musica spirituale e liturgica delle campane. Un ultimo invito simbolico a salire ai vertici dello spirito.


Le Immagini

fotografie realizzate da Luciano Milan

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