Tra coloro che vissero da protagonisti il grande fervore economico e lo sviluppo urbanistico che caratterizzarono Magenta, come tutto il Ducato di milano, nel Quattro e Cinquecento, vi furono tre generazioni della nobile famiglia gaiazzi (o altrimenti detta de gaiazzo, o gayazi). Le ricerche sulla presenza e sul ruolo dei gaiazzi nella vita sociale ed economica di Magenta sono ancora agli inizi, ma già si può tratteggiare uno scenario che presenta alcuni elementi di assoluto rilievo. Nel 1536, allorquando i capofamiglia di Magenta("rappresentando più delle tre parti su quattro e la maggiore e più sana parte di tutta la comunità") si radunarono nel pretorio per delegare Francesco de Strabellis, sindaco della comunità, a giurare fedeltà al nuovo imperatore Carlo V, troviamo Andrea gayazi, del fu Pietro, in qualità di sindaco rurale, ovvero rappresentante di colore che, pur appartenendo alla nobiltà, avevano stabile residenza nel borgo. Dai molti atti notarili che ci sono pervenuti (fortunatamente conservati tra i documenti di provenienza dei beni della Scuola dei Poveri di Magenta), e che testimoniano l'intensa attività di compravendita di Andrea gaiazzi, si intuisce già una certa famigliarità con le casate storiche che detenevano il controllo del borgo, i Crivelli e i medici in particolare. Un atto di compravendita del 30 dicembre 1546, nei rogiti del notaio abbiatense giovanni Francesco Legnano, dà una chiara indicazione di quali fossero le frequentazioni di Andrea gaiazzi: alla vendita fatta al gaiazzi da Pietro Bussero, abitante al mulino "dello stesso Pietro" nella valle del Ticino, di una terra "vinea in Bajnago", assistette tra gli altri testimoni Ludovico melzi, avo del futuro conte di Magenta, e l'atto venne rogato nell'abitazione dei "magnifi ci signori Cristoforo e Francesco Crivelli, nel borgo di Magenta", con l'assistenza al notaio abbiatense da parte di gerolamo de medici, pronotario. Effettuati diversi acquisti di terreni agricoli e di diritti di riscuotere dazi e decime, l'attività del gaiazzi si orientò, a partire dalla metà del Cinquecento, verso il commercio di legname, acquistato dai proprietari dei tanti boschi cedui presenti nella Vallata. Il testamento di "Andreas de gagliaciis" del 21 settembre 1563, rogato "in camera cubiculari", ovvero nella camera da letto della sua abitazione magentina alla presenza di numerosi testimoni, dà un'idea sia del ruolo sociale raggiunto sia dello stretto legame con la realtà magentina. Volle infatti che il suo corpo "una volta fatto cadavere" venisse seppellito nella chiesa del monastero dei Reverendi padri Celestini di Santa maria Nuova, in una sepolcro proprio, gravando a questo scopo i suoi eredi a fabbricare una copertura tombale in marmo. Lasciò poi erede universale dei suoi beni mobili e immobili il fi glio giovanni Pietro, a cui affi dò anche la cura e il mantenimento della madre "Petra de Sancto Augustino". Esecutori testamentari vennero designati gli stessi Padri Celestini, Ludovico melzi e Francesco Terzaghi, nella cui probità confi dava pienamente. Pietro gaiazzi diede grande impulso all'attività di commercio di legname, acquistando sia numerosi boschi sia il diritto di effettuare i tagli novennali (la formula usata era "legna cedua nascente e accrescente da S. martino" di un dato anno fino a nove anni successivi). Spesso gli atti notarili, la maggior parte dei quali nei rogiti del notaio magentino Giovanni Paolo de medici, erano rogati "in apotheca domus abitationis emptoris siti in burgo mazentae" ovvero nel magazzino dove verosimilmente il gaiazzi stipava il legname. Un atto del 1574 ci informa poi di una società in affari "pro trafi candis ad communem utilitatem et damnum" tra il gaiazzi, giovanni Antonio Crivelli, e tale giovanni Domenico de Borellis, detto "il Borrhomeo", società con cui il gaiazzi confermava un legame ormai stabile con i Crivelli (la sorella di Pietro, Bernerdina, aveva sposato giuseppe Crivelli) e aumentava il raggio d'azione dei suoi acquisti di legname sia in direzione di Boffalora e Bernate sia verso Robecco. Non mancarono neppure acquisiti di terra aratoria (ad esempio le vigne dette gramignera, Alla Cagna, mostarina). Nel 1586 in frutti delle floride attività del nobile giovanni Pietro gaiazzi confluirono nell'acquisto dal nobile milanese giovanni Ambrogio Ratagio di numerose vigne e di un'abitazione in Magenta, confinante con la sua casa d'abitazione, e dotata di ampio magazzino e di locali da adibire ad uffici, nonché di orto, corte e pozzo. Nel 1592, al culmine della sua carriera imprenditoriale, il gaiazzi stipulò con giovanni Battista Crivelli, commendatario del Priorato di S. maria della Pace in Magenta, un contratto con cui assumeva l'affitto novennale di tutta la possessione dell'Abbazia sita in Bernate e Casate, ben 5518 pertiche per una somma annua di 13000 lire milanesi, da versare in tre rate a Natale, al Carnevale Ambrosiano e alle calende di giugno, più 500 libre di robiole, oltre a vino, fieno e pollame. Nello stesso anno presentò al priore dei Celestini una supplica affinché gli venisse concessa nella chiesa di Santa maria Nuova "la cappella che si diceva de' Terzaghi, ets'essibisce ornarla et accomodarla in laudabile forma come già ha dato principio". Fece quindi restaurare la quarta cappella a sinistra della chiesa dei Celestini, dove presumibilmente era stato sepolto il padre, volendo che venisse intitolata a S. Francesco, cui Pitro gaiazzi era particolarmente devoto, tanto che il figlio, che da lì a qualche anno avrebbe ereditato i suoi beni, portava il suo nome e quello del santo d'Assisi. A Pietro Francesco, quindi, e al nipote Pietro Antonio toccò il compito di conservare l'ingente patrimonio e di continuare un'avventura imprenditoriale su cui c'è ancora molto da scoprire.