Il 24 maggio 1915 l'entrata in guerra dell'Italia suscitò forti ed opposte reazioni: chi aveva apertamente sostenuto l'intervento, sia nelle istituzioni sia tra le masse popolari, auspicava un glorioso successo, che avrebbe completato con Trento e Trieste l'unificazione della penisola; chi aveva invece osteggiato la dichiarazione di guerra temeva, come purtroppo avvenne, che il prezzo in vite umane sarebbe stato sproporzionato rispetto ai possibile benefici territoriali. L'unanimità con cui i presenti al Consiglio Comunale di Magenta, nella seduta straordinaria del 29 maggio 1915, approvarono "con una salva di applausi" le parole del sindaco Achille Piccaluga, è indicativo di quale fosse lo stato d'animo di parte della classe dirigente locale, preoccupata di mantenere alto il morale della popolazione: "Mentre il nostro glorioso esercito sta segnando una nuova mirabile pagina della storia d'Italia, rendendo realtà ciò che per lunghi anni è stato nelle aspirazioni nazionali, mandiamo il nostro augurale saluto all'armata, al Re, ai nostri colleghi [tre consiglieri comunali erano stati chiamati alle armi], ai concittadini tutti che sono partiti per la patria, abbandonando i loro cari e le loro occupazioni e rispondendo all'appello con mirabile slancio e abnegazione. Salute e gloria ad essi, che sapranno combattere e vincere nel nome sacro della Patria. A coloro che rimangono incombe il dovere di soccorrere ed aiutare in tutti i modi possibili i bisognosi di colmare i vuoti creati dal richiamo alle armi. Occorre insomma che chi parte abbia la certezza che i loro cari avranno pane e conforto, aiuto morale e materiale, e se i rimasti riusciranno nell'intento faremo opera altamente umanitaria e patriottica. Ed inveroè lodevole lo slancio sincero con col quale istituti pubblici, società d'ogni partito e finanche cittadini hanno risposto all'appello loro lanciato per la costituzione di un Comitato di soccorso alle famiglie dei richiamati; lodevoli oltre ogni dire le disposizioni prese dalla ditta De Medici [poi Saffa], sempre benefica e munifica, pei propri dipendenti richiamati. Ai cittadini tutti che dal loro posto in questi giorni di trepidazione e di gloria compiono il loro dovere io tributo le migliori lodi nel bel nome d'Italia, la patria nostra che vorremmo sempre più grande e forte. Da oggi si esponga sul nostro palazzo quel vessillo che i nostri padri sventolarono nel 1859 e che noi isseremo simbolo di redenzione e di libertà oltre quei monti e quelle valli, sull'Italia intera resa finalmente una e indipendente". Al termine di questo accalorato discorso, prese la parola il consigliere ed ex sindaco Giuseppe Brocca, che aveva guidato l'amministrazione comunale per diversi mandati consecutivi; dalle sue parole risulta evidente come il popolo vivesse in quei giorni ben altro stato d'animo, con molte famiglie preoccupate per la partenza dei propri cari e poco inclini all'entusiasmo patriottico: "Il commendator Giuseppe Brocca si associa ai sentimenti espressi dal sindaco e raccomanda perché l'opera di assistenza, specie per i bambini delle scuole e degli asili, si svolga sollecita ed intensa. Deplora l'assenza di molti consiglieri [nove assenti,compresi i tre militari, su venti effettivi] ad una seduta di così grande importanza, come pure si meraviglia che il pubblico non sia accorso ad assistere alla discussione dei provvedimenti in favore delle famiglie del popolo". Venne comunque costituito un Comitato di soccorso per le famiglie dei richiamati, alla cui dotazione avrebbero contribuito sia il Comune, sia la Congregazione di Carità, sia la generosità dei privati cittadini. Diverse iniziative benefiche destinarono al Comitato i fondi raccolti, e tra esse fu degno di nota lo spettacolo teatrale promosso al Lirico dalle allieve infermiere, su iniziative della moglie del commendator Brocca, donna Egidia Rossini "che col suo signorile e abituale mecenatismo e con la sua competenza artistica organizzò il trattenimento tanto attraente e riuscitissimo che fruttò la cospicua somma di lire 620". Il 20 luglio partì per il fronte il battaglione milanese dei Volontari Ciclisti, di cui facevano parte anche diversi magentini, e nel novembre anche un quarto consigliere comunale fu richiamato alle armi. La fiducia sul buon esito del conflitto continuò ad accompagnare l'attività amministrativa per tutto il 1915, tanto che, nell'occasione dell'approvazione del progetto per l'approvvigionamento dell'acqua potabile, si motivò la scelta di procedere con questo intervento, "nonostante il momento non sembri propizio, per dare così una tangibile prova che il popolo italiano, sicuro della vittoria per il valore invidiato del nostro esercito, continua a fronte alta nel suo radioso cammino del progresso e della civiltà". Con il passare dei mesi e con le prime sconfitte sparirono i discorsi retorici e si pose mano ai provvedimenti più concreti: nel febbraio 1916 si dovette ridurre a metà l'illuminazione pubblica, primo dei tanti provvedimenti adottati per limitare al massimo le spese dei servizi pubblici; il rincaro dei viveri costrinse a calmierare i generi di prima necessità e ad aumentare gli stipendi degli impiegati; ai figli dei militari e dei sempre più numerosi caduti vennero rilasciati dei "buoni minestra"; nel dicembre 1916 si impose una tassa sul consumo di energia elettrica per compensare il minor gettito fiscale causato dalla chiusura di molti esercizi commerciali. Nel febbraio 1917 anche il sindaco Piccaluga lasciò Magenta per il fronte, e la supplenza venne assunta dal consigliere Luigi Borné che, il 14 ottobre dello stesso anno, quasi presagendo il disastro di Caporetto, così intervenne aprendo la seduta del Consiglio:"Egregi colleghi, sicuro di interpretare i vostri sentimenti, mando il nostro reverente saluto alla memoria dei valorosi concittadini caduti sul campo dell'onore per la grandezza d'Italia e per la civiltà dei popoli. Ai feriti nostri, e qui mi è caro porgere il più affettuoso saluto al collega ragionier Luigi Bezzera, va l'espressione della nostra gratitudine. Ai valorosi che ancora oggi combattono, il fervido e sincero augurio di tornare presto alle loro famiglie. Al nostro sindaco ed ai nostri colleghi che ancora dividono tanti pericoli, va l'espressione sincera del nostro affetto. A noi, infine, così tanto valore sia di sprone a compiere tutto il dovere e a sostenere con lieto animo i sacrifici che ci verranno richiesti". Al termine delle ostilità, si contarono tra i magentini 132 morti combattendo, per ferite di guerra o dispersi, e 87 morti per malattia contratta in guerra o in prigione.